Trentaquattresimo canto del Paradiso

(il canto ritrovato)

 

 

Giugnemmo, alfin, in d’una valle antica

verde di pasci e di collin non erte

dove il passo è gentil e non s’affatica.

 

Cilestre è il ciel e sempre il sol converte

in luce celestial ogni vallata o varco

che mai di nebbie o nubi fur coverte.

 

Stavansi in codesto ambìto parco,

dame e cavalier giocosi a pùeri eguagli

e com Centauri si disfidavan con l’arco

 

scagliando strali supra lontan miragli

di animal sembianze e con tal mira

che carchi di frecce v’eran i bersagli.

 

Indi ognun, come l’ape il fiore attira,

recansi allo ricovero dell’altrui strale

che pur infitto con forza nella mira

 

ne uscia sanza fatica e sanza male

talchè il miraglio parea di oggi fatto.

Eran gli arcier di spirto e cor si gioviale

 

che l’un l’altro si abbraciava ratto

complimentando il tiro e la perizia

con strusci e fusa come face ‘l gatto.

 

Vivevan essi di si suprem letizia

che niun lamento mai non si levava

se un era lento oppur d’arte novizia.

 

Non v’era un che l’altro lamentava

il modo di tirar o da qual loco o posto

sicchè di regole non mai niun parlava.

 

Neppur non v’era alcun screzio opposto

per lo sembiante dell’attrezzo aduso

foss’esso curvo, storico o composto.

 

V’era alcun retro d’un machinario astruso

che battea le dita con gran vigore e fretta

alluminato da uno stran chiaror soffuso

 

“Chi son costoro” chiesi a la guida diletta

“Son le menti sagge dello for virtuato

che distillan parol, e ognun perfetta”

 

“Madonna”, chies’io maravigliato,

“è inver fra d’essi Ciccabuga il tapin

che nell’onferno stava letamato?”

 

Rispous’ella: “Fu tal del poverin

il pentimento che, per il vasto core,

le Yriensi genti han volto l’ira alfin

 

in perdono e sanza niun rancore”.

“Essi non vedo, Madonna, tra le arcute folle”,

ed ella: “Stanno fra i Santi nel divin lucore”

 

V’era un uom assiso in cima a un colle

di non più fresca etate e di pel bianco e folto

Ed ei guatava essi come fattor le zolle

 

che con fatica e con amore molto

ha dissodato e seminando il seme

godrà de’ vasti frutti del raccolto

 

“Chi sei che poni negl’arcier cotanta speme?”

“Io fui Marco che nella casa de’ Fedeli visse

e seguo del buon Dio le parol supreme

 

come scritto nella Bibbia e Apocalisse,

Egli, assunto dell’immane creazion l’incarco,

il primo giorno guatò il mondo e disse:

 

Fiarc lux, et lux Fitarco