
Appena valicato un erto passo
Appena valicato un erto passo
giungemmo in d’una nuda conca
in dove erba andata lascia il sasso
Di presso videmmo una spelonca
dove trovammo presto gran rifugio
essendo il fetor tal che l‘fiato tronca.
Necesse del riparo sanza indugio
anco per lo sgarbato e forte vento
che in tale loco correa più d’un segugio.
In questo turbinante squassamento
vidi anime lacere volar nella procella
come foglie d’autun sanza sostento.
Rivolsi al duca mio cotal favella:
che fecer costor che il vento sbatte?
Rispuos’egli: non verità è quella,
ciò che spigne i tapin e loro abbatte
è il fiato ch’esce da quelle fauci a gogna,
non di polmon è l’aere che ne ratte
ma di intestin olente che par fogna.
Furono essi parlator che nulla blocca,
sol amanti del suon ch’ei sol agogna,
cioè delle parol che vanno dalla bocca,
senza niuna pausa fino allo cader consunti.
Tre d’essi nel vedermi lo rotear ei blocca
Ed io chiesi: chi foste nella vita, presunti
rei, da meritar cotesta infame pena?
Rispuoser essi con dolenti assunti:
Nelle venezie nacqui, laddove arena
delle genti romane attesta l’ardimento.
Gran parlator fui per mestier ed arte piena,
finchè gli amici miei, andati a sfinimento
presommi all’improvviso ch’io non volsi
e col randel mi detter cento ed altri cento.
Nella turrita terra nacqu’io dei bolsi
e seminai parol in ogni anfratto,
ma lo seme era di selce e polver colsi
e rosicai sol carta siccome face il ratto.
Tosco di nascita e tosco di magione
le mie parol sconnesse come un matto
fecero perdere ai savi la ragione,
tal che mi preser come quaglia al sacco
e mi colpirno tre giorni col bastone.
Ricorda sempre de’ saggi l’almanacco,
il criator ci fè due orecchie e una sol bocca,
se dalle genti non vuoi patir onta e attacco
ascolta molto e favella sol se ti tocca.